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di letteratura di montagna, viaggio, avventura

 

C'è la resistenza a LetterAltura, ci sono le resistenze

a cura di Erminio Ferrari

Sabato, 27 Giugno 2009

C'è la resistenza a LetterAltura, ci sono le resistenze C’è la Resistenza a Letteratura, ci sono le resistenze. Dove e quando uomini e donne oppongono se stessi, prima ancora che un’arma o un ideale, a una stortura della vita o della storia, quella è resistenza. Le genti afghane fotografate da Seamus Murphy (che oggi incontra Paolo Aleotti);  i vecchi delle vallate da cui scendono i fiumi e sono scesi i giovani (Marco Aime ne parla con Massimo Novelli); le donne della montagna albanese, forti come alberi (domani Anilda Ibrahimi le racconterà a vera Schiavazzi): realtà residuali le chiama chi ignora la fatica e la grandezza di quella vita ai margini, resistente.
E c’è la grandezza della Resistenza. Oggi don Luisito Bianchi sarà a colloquio con Giorgio Boatti, e rivivranno nelle sue parole le pagine e la visione profetica del suo capolavoro La messa dell’uomo disarmato, una delle opere più alte sulla guerra di Liberazione. E anche questo va detto, infatti: che resistenza non è, o non è soltanto, una diga eretta contro un’aggressione, una ingiustizia, un pericolo (il cui manifesto, straordinario, lo scrisse Vercors: Le silence de la mer) ma è anche spinta, quasi un’uscita da sé, per fare ciò che non si sarebbe mai pensato, o di cui non ci si sarebbe mai pensati capaci, perché quando è ora bisogna.
La lunga parabola di don Luisito Bianchi muove dall’esperienza indiretta della Resistenza e va a fondo delle sue lacerazioni e della sua grazia. Lui ama dire: della sua gratuità.
Gratuità dell’atto e gratuità del fine. A conclusione del suo romanzo, don Luisito usa  l’immagine di un gelso per evocare il significato profetico della Resistenza, quale che sia il suo destino e quale che sia il senso che vi riconoscerà chi verrà dopo – noi, il nostro tempo sciagurato: “[…]potrà, successivamente, resistere al senso di inutilità per non avere più bachi da saziare con le sue foglie, o labbra di bambini da imporporare di dolcezza con le sue more, a differenza dei vecchi gelsi della Campanella? Gli sarà sufficiente dare ombra ai vivi e ai morti, e riparo ai passeri? E sarà Giovannino il nuovo pollone che tramanderà la resistenza dei suoi padri?”.
Sarà la Parola, quella in cui don Luisito si riconosce e testimonia, a consentire “la contemplazione di avvenimenti che non capisco ma che ho cominciato a comprendere; meglio, che hanno iniziato a comprendermi, per pura grazia”.

 
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