Festival

di letteratura di montagna, viaggio, avventura

 

La maledizione dei confini

a cura di Erminio Ferrari

Venerdì, 26 Giugno 2009

La maledizione dei confini Maledetta terra. Maledizione degli uomini che la dissodano e con le pietre estratte dal suolo erigono muri che diventano confini, e per quei confini uccidono, quasi che solo col sangue si possano rendere fertili i campi. Talvolta, poi, se ne vanno, vinti dalla durezza del vivere in certi luoghi (e là dov’erano non resta neanche il loro silenzio, come poetò Pasolini) o dalla Storia, che ci è madre o, molto spesso, matrigna (guarda: lo stesso dicono della montagna Marco Albino Ferrari e Annibale Salsa, che si incontrano oggi pomeriggio).
Predrag Matvejevic (oggi a Letteratura in dialogo con Furio Colombo) viene da una terra, i Balcani che, come dice sovente citando Winston Churchill, “producono più storia di quanta ne possano digerire”. L’ultima loro partizione ha riportato la “guerra in casa” di un’Europa che dalla fine della seconda Guerra Mondiale si era illusa di esserne immune, producendo una messa in scena di inaudita violenza sui tavolati petrosi dell’Erzegovina, sulle scogliere affacciate sull’Adriatico, nelle pianure pannoniche, nelle valli nascoste e per le strade di città un tempo simboli di convivenza.
Lo scrittore di Mediterraneo e di altre pagine stupende ha visto Dubrovnik bombardata; le fiamme alzarsi dalla Biblioteca Nazionale di Sarajevo; la sua città natale, Mostar, venire dapprima disputata tra serbi, da una parte, e “musulmani” e croati dall’altra; poi tra questi ultimi due. Il vecchio, splendido ponte che superava le acque verdi della Neretva, unendo le due parti della città, è stato bombardato dalle cattolicissime artiglierie erzegovesi che trovavano conforto spirituale nel vicino santuario di Medjugorie. Così che l’Islam (l’ho sentito con le mie orecchie) si trovasse la strada sbarrata…
E c’è chi si è trovato straniero non solo in una terra, che a un tratto ha scoperto altrui, ma anche in una lingua. Boris Pahor (che domenica ne parlerà con Gianni Oliva), sloveno di Trieste, pagò da ragazzo l’essere quel che era, le parole che usava per pensare e parlare. Anche nella città più cosmopolita d’Europa le fiamme si alzarono dal teatro sloveno, con i fascisti a fargli il girotondo. Poi a Pahor toccò il lager (che la riscoperta tardiva del suo capolavoro Necropoli ha reso noto a tutti), e poi l’essere di nuovo straniero nella propria città, per via della lingua e dello spregio con cui in Piazza Unità d’Italia si diceva slavo.
Triste profezia di una futura Europa spaventata e rabbiosa (che Hans Magnus Enzensberger indicò in un libretto prezioso e dimenticato),  lo smembramento della federazione jugoslava ha rimesso in campo e preteso plausibili ideologie non meno feroci di quelle che il Novecento aveva già sperimentato: questa volta le appartenenze etniche, le identità confessionali, lo scontro delle culture. Politici e accademici lucravano e teorizzavano; le soldataglie devastavano, uccidevano, stupravano. Nei campi si scavavano le fosse comuni.
Matvejevic se n’è andato esule da quella terra. Insofferente di un armamentario ideologico che aveva sostituito il culto della piccola patria a quello del partito unico; e sempre più ingombrante in un panorama culturale che si andava consegnando, mani e piedi, ai nuovi despoti figliati dalla guerra.
Oggi vi ha fatto ritorno; ma, si sa, non si torna mai nello stesso posto.

 
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