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di letteratura di montagna, viaggio, avventura

 

Le frontiere: luoghi di scambio e di transito

a cura di Erminio Ferrari

Venerdì, 26 Giugno 2009

Le frontiere: luoghi di scambio e di transito Un giorno, Predrag Matvejevic andò a trovare Ivo Andric, fresco premio Nobel per la letteratura. Doveva essere il 1963, se non sbaglio. Al celebre collega serbo, lo scrittore bosniaco-croato di Mostar porse una copia della traduzione italiana di una sua opera, chiedendogli di firmarla. Il maturo sarajevita prese il libro e glielo restituì con una citazione dal Codice Atlantico di Leonardo da Vinci: “Da Oriente a Occidente  in ogni punto è divisione”.

Si fa presto, insomma, a parlare di confini. Gli studiosi preferiscono distinguere tra il confine, inteso come linea di separazione; e frontiera, l’area di contiguità tra due diversità politiche, linguistiche, ambientali. E se c’è un luogo, qui attorno, che meglio ha rappresentato la frontiera, quel luogo sono le Alpi. Singolare questa storia: i confini geografici, ci è stato insegnato a lungo, stabiliscono appartenenze: la cresta alpina come linea di separazione, tra est e ovest, nord e sud, quasi che il creatore non disponesse di altri mezzi.

Fin dai secoli, neppure troppo remoti, in cui gli eserciti venivano inviati a morire per conquistare un nuovo metro quadro di “suolo patrio” (mentre un business, legale o di sfroso faceva la grandezza dei passi alpini); fin dall’incrociarsi di suoni che amalgama le parlate più diverse in uso alle testate delle valli; fin dallo splendido contrappunto di pareti nord, ombrose e ghiacciate, “opposte” alle distese assolate dei versanti meridionali, che senza le une non vi sarebbero le altre. La fecondità della frontiera è quella della diversità, senza di essa, addio storia, addio umanità.

Frontiere aperte, luoghi di transito e di scambio. Luoghi di vita. Confini, difesa dall’aggressore, barriera all’indesiderato. Motivi di scontro. I confini della Repubblica partigiana dell’Ossola contennero uno spazio di libertà; oggi c’è chi interpreta il confine come argomento di rifiuto dei poveri di mezzo mondo. Più di mezzo secolo fa, il confine metteva in salvo la famiglie ebrea che arrivava stremata a un valico con la Svizzera, accompagnata da un contrabbandiere. Oggi un confine, di rocce o d’acqua, fa da tomba.
“Necessità, febbre, maledizione del confine. – ha scritto Claudio Magris in Microcosmi –  Senza di esso non c’è identità né forma, non c’è esistenza; esso la crea e la munisce di inevitabili artigli come il falco che per esistere e amare  il suo nido deve piombare sul merlo”.
Letteraltura prova quest’anno a seguire le tracce di confini visibili e invisibili, quelli tracciati contro il cielo dalla creste alpine, quelli che corrono e si manifestano in una società impaurita e arrabbiata, e quelli che, vai a sapere come, hanno separato le culture. Spesso più per caso che per scelta. Come succede in cima al Witenwasserenstock, montagna del Canton Ticino, dal nome impronunciabile che significa Cima delle acque che vanno lontano. Una goccia di pioggia che cade lassù, ha le stesse probabilità di finire nell’Adriatico, via Ticino–po; di andare a ingrossare il Rodano, passando per il Vallese, per poi bagnarsi nel Mediterraneo a un passo da Marsiglia; oppure di andare al nord, seguendo il corso della Reuss e poi del Reno.
Se “in ogni punto è divisione”, in ogni punto le possibilità sono infinite. Alla scrittura e alla lettura il compito di indicarle e riconoscerle.

Cormac McCarthy, che ha collocato la sua “trilogia della frontiera” nelle terre tra Stati Uniti e Messico, scrive di una lupa che varcò la frontiera “più o meno nel punto in cui questa incontrava il trentesimo minuto del centottavo meridiano”. Con la stessa suprema naturalezza con cui un camoscio divalla in Svizzera da una bocchetta ossolana. Il confine per lui, per la lupa, non è altro che aria da respirare.

 
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