Festival

di letteratura di montagna, viaggio, avventura

 

Il tempo si ferma con Olmi

a cura di Erminio Ferrari

Giovedì, 25 Giugno 2009

Il tempo si ferma con Olmi Oggi, questa sera, a Letteratura, il tempo tornerà a fermarsi con Ermanno Olmi. Non quello che passa e scorre via come sabbia tra le dita, ma quello che si ferma perché qualcosa avviene e allora cambia il nostro modo di intenderlo, ’sto tempo; o perché qualcuno ce lo narra, con parole o con immagini, e può persino farlo tornare indietro. E Olmi è uno dei maestri in questa bisogna. Il suo Il tempo si è fermato – complice l’inverno, la stagione in cui il ciclo naturale pare prendersi una pausa, rallentare, se non fermare il passare del tempo – ne è uno dei manifesti.
Poi c’è il tempo che si ferma, inatteso e improvviso, proprio là dove altrimenti lo si sarebbe pensato in piena estensione (ne scrisse Reinhard Karl, nel suo Montagna vissuta tempo per respirare: in montagna, quella degli alpinisti, il tempo si dilata). Una accelerazione tanto fulminea da annullare, sembra, il tempo che verrà. Si ferma ai piedi di una parete dove un corpo martoriato è tutto ciò che resta di un alpinista precipitato, o in fondo a un crepaccio, trappola prima e poi tomba di una vita persa.
Prendiamo due donne: una moglie e una figlia; entrambe costrette, in tempi e età diverse, a conoscere quello spezzarsi del tempo.
Goretta Traverso (oggi a colloquio con Roberto Mantovani) fu la prima donna italiana a calcare la vetta di un Ottomila, il Gasherbrum II nel 1985. Anni di scoperte, di presa di conoscenza di un mondo che ad alta quota pareva rivelarsi duro ma generoso, di luci e insegnamenti. Finché suo marito, il grande Renato Casarotto, cadde nel fondo di un crepaccio un tentativo solitario di salita allo sperone sud-sudovest del K2, la seconda montagna della Terra, nel 1986. Da quel giorno ha intrapreso un cammino lento, faticoso, perso e ripreso, verso il luogo della grande perdita. Non per la strada più breve, che quasi mai porta a sé, ma lungo quella che le hanno dettato alcune delle montagne sapienziali della Terra.
Kriemhild Buhl era una bambina, quando suo padre Hermann morì sul Chogolisa, nel 1957, precipitando nel vuoto per la rottura di una cornice di neve. La fotografia della sua ultima traccia nella neve, scattata dal suo compagno di salita Kurt Diemberger (che sabato dialogherà con Kriemhild) è rimasta nella storia dell’alpinismo, come quelle scattate da Bob Capa nello sbarco di Normandia restano nella storia della seconda Guerra Mondiale. A molti anni di distanza da quel trauma, Kriemhild, scrittrice, ha affrontato in un testo di grande bellezza la ricostruzione del tempo “caduto addosso” a una vedova e alle sue tre figlie.
Storie di donne, uscite dal raggio di luce, o dal cono d’ombra, di uomini “gloriosi”. Per entrambe, il cammino e la scrittura sono stati un tornare indietro nello spazio e dunque nel tempo; per scoprire che ciascuno ha il proprio, diverso da quello di tutti gli altri, ma che pure ce n’è uno a cui tutti apparteniamo.

 
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