Nome altisonante, da missione militare rapida e silenziosa; apriva immagini da film di spionaggio, traffici clandestini, droga. Dopo il nome tutto tornava a terra; restavano solo ragazzi, pochi dei quali superavano i trent’anni, a gestire lavori di volontariato per l’America Latina.
Io ci ero finita per conseguenza di solitudini accanite, per un’ adolescenza da contrastare con l’aggregazione a un gruppo, uno qualsiasi. Presi uno zaino e li seguii in altura. Una settimana di campo per far salire di qualche mattone le mura di un rifugio a 3200 m d’altezza. Cinque giri al giorno, dall’alpeggio al passo, con dieci kg a volta, caricati a sacchi sulle spalle per portare cemento alla betoniera. Eravamo muli umani, con fazzoletti a coprire i pensieri dal sole e lingue sciolte a zittire la fatica. La montagna fu scultore dei miei polpacci; tornai alla città con gambe di pietra, non più abituate al piano ma al puntare e spingersi avanti di quel poco, ma di un po’. La montagna restò a ricordarmi la discrezione che serve ad accedere al suo silenzio e lo fece con la pennellata rossa di bruciatura sul mio collo, piegato da un passo che procedeva quasi in inchino, a pagare con la salita il prezzo equo della bellezza. Il resto fu eco di marmotte e canti leggeri della discesa a dirigere il gruppo senza torce, con stelle troppo vicine per non far capolino prima del buio.
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